sabato 24 marzo 2007

parassiti dalla laguna

Venezia aveva gestito il suo patrimonio di ambiente e natura per parecchi secoli prima di dover adeguarsi agli sconvolgimenti politici che interessarono l'Europa di fine 18° secolo. Un delicato equilibrio di terra e mare salvaguardato con rigide regole che non esitavano a mandare a morte chi arrecava danni alla comunità nel non rispettarle, con dolo o senza dolo, o peggio ancora, nel dimostrare la propria incompetenza nel compito di tutela affidatogli.
Scavi, interramenti e deviazioni degli alvei di tutti i fiumi che scaricavano sedimenti in laguna; mantenimento dei fondali e protezione dalle mareggiate; rigida regolamentazione di pesca e caccia all'interno di quella che sia chiama conteminazione lagunare. Alcui aspetti di una politica che oggi potremmo definire di sviluppo sostenibile.
La conterminazione é una linea di confine che definisce l'ambito lagunare. Entro tale perimetro le regole di tutela ambientale dovevano obbligatoriamente essere osservate. Una linea marcata da blocchi calcarei sagomati a mò di pietra miliare con anno di posa e immancabile leone alato scolpiti. Gli ultimi furono posati poco prima della fine della Repubblica sancita dalla firma del trattato di Campoformio avvenuta nell'ottobre del 1797 ed alcuni di essi sono tuttora visibili camminando lungo il margine lagunare in localita Giare di Dogaletto in laguna Sud.
Ma oltre la linea di conterminazione dove la fragilità del territorio non era certamente così elevata o quantomento evidente non venne mai sentita la necessità di dettare regole specifiche per un uso oculato del territorio. Terraferma vista come enorme serbatoio di risorse da sfruttare per la magnificenza della città. Depredare non era così estraneo ai veneziani della Serenissima Repubblica. Lo facevano sistematicamente lungo le rotte tracciate dalle galee dirette verso le terre d'oriente. La pianura dell'entroterra offriva grandi ricchezze grazie soprattutto alle estese foreste che giungevano talvolta fin quasi alla costa. Dal Piano del Cansiglio ricco di pregiati abeti al bosco di carpini e roverelle che circondava ad anello la gronda lagunare e di cui rimane un piccolissimo residuo, un paio di ettari forse, sulla cintura Nord di Mestre, passando attraverso gli ampi boschi planiziali che coprivano buona parte del territorio. Naturalmente la necessità di ritagliare sempre più spazi da destinare a pascoli e colture dettata dall'aumento della popolazione portò alla riduzione delle superfici boschive. Il taglio delle essenze migliori dapprima e in seguito al loro esaurimento anche di specie meno pregiate, era necessario per il mantenimento della popolazione in aumento. La costruzione ed il mantenimento degli edifici e delle imbarcazioni delle flotte commerciali e militari, la richiesta di combustibile per riscaldamento, la produzione di carbone dal quale ottenere l'energia per fonderie e vetrerie sono alcune delle necessità cui i veneziani dovettero far fronte. Gli estesi boschi destinati a soddisfare tali necessità non impiegarono molto ad esaurire le loro risorse. Quando le foreste planiziali vennero rase al suolo a sostituirle furono chiamati i boschi delle propaggini alpine: ciò che rimane dell'antico bosco del Cansiglio che un tempo ricopriva l'intero altipiano, e ben oltre, è un esempio di quanto disinteresse nutrivano i miei predecessori nei riguardi di coloro che non erano originari delle isole lagunari infischiandosene delle loro necessità e destinando le loro risorse ad un uso che previlegiava i pochi signorotti intrallazzati tra clero e politica dei palazzi veneziani. Qui faccio ricevimento al legname ma la cosa è altrettanto valida se rapportata a tutte le risorse naturali. Se volete approfondire l'argomento potreste trarne uno spunto da una piacevole scampagnata e viaggiare sugli altipiani croati che sovrastano le coste dalmate cercarndo qualche superstite tra le roveri che un tempo, fitte, le ricoprivano.
Si è portati a ritenere che l'esperienza accumulata serva a non ripetere eventuali errori commessi. Lo spirito di disinteresse totale che gli antichi veneziani provavano verso i "foresti" ha determinato in ultima analisi la caduta della stessa Repubblica. Nel XXI secolo i nostri imprenditori che di fatto hanno sostituito negli atteggiamenti e nella brama di potere (denaro) la vecchia casta dei patrizi veneziani, non hanno tratto insegnamento dall'errato comportamento degli avi. Con il medesimo istinto predatorio i nuovi ricchi della laguna escono dai confini per predare le popolazioni della terraferma.... (continua)

mercoledì 14 marzo 2007

Un lavoro

Essere un abile imprenditore non è cosa da tutti. Gestire una azienda, una professione, una attività necessita di abililtà non comuni, acquisite con esperienza diretta dopo un adeguato percorso scolastico e supportate da una base culturale costantemente aggiornata. Non è sufficiente entrare in possesso per una qualsiasi ragione del capitale necessario ad avviare una impresa per considerarsi imprenditori. Occorrono doti e dedizione al lavoro non comuni. Ne é riprova il fatto che non tutti coloro che si cimentano nella sfida imprenditoriale riescono a raggiungere l'obiettivo fissato: molte sono le rinunce e quasi sempre dopo aver procurato serie difficoltà a chi in loro avevano sprovvedutamente creduto. Che l'attivare una impresa non sia cosa da organizzare in quattro e quattr'otto è evidente. D'altra parte perchè rinunciare a diventare un affermato imprenditore se per qualche motivo il caso ce ne offre la possibilità? Per molti non è facile resistere alla tentazione di distinguersi dalla massa soprattutto ai nostri giorni quando il prestigio della persona è rapportato al livello di lusso che la circonda. E allora, perchè non inventarsi imprenditore? Riflettete un attimo e provate a dare una risposta ad un paio di domande. Iniziamo dalla prima. Quale settore dell'economia, e mi riferisco proprio ogni settore: al primario della pesca, dell'agricoltura e dell'allevamento, al secondario delle industrie chimiche, estrattive, metalmeccaniche, di trasformazione ecc. al terziario dei servizi, può essere oggetto di interesse da parte di chi, privo di ogni esperienza desidera entrare tra coloro che questa economia la gestiscono in prima persona? Mi risulta difficile pensare che la scelta possa cadere sul primo se non si ha una formazione derivata da una tradizione famigliare nè tantomeno sul secondo se parimenti non si nutre un interesse molto specialistico: è poco credibile che qualcuno s'inventi di fondare ex-novo, per esempio, una azienda tessile o un'industria chimica o una fornace per laterizi piuttosto che un'azienda farmaceutica o un'officina per la fusione di precisione per puro spirito imprenditoriale. Occorrerebbero quantomeno una conoscenza specifica di buon livello oltre ad un capitale incredibilmente elevato. E' evidente che la scelta ricadrebbe nella stragrande maggioranza dei casi su di una attività nell'ambito dei servizi. Anche in questo settore é ovviamente necessaria una buona base culturale se non addirittura per certi versi maggiore di quanta non ne servirebbe invece nel dedicarsi alla pesca. Il vantaggio sta nel fatto che, per chi ha un buon senso degli affari e grande spirito di iniziativa, l'investimento di natura economica può essere alquanto limitato. Certo l'altro piatto della bilancia deve caricare doti, abilità e formazione decisamente importanti.
Posso cercare quanto voglio tra le infinite opportunità che il settore terziario e quello avanzato offrono e quasi sempre devo constatare che la formazione scolastica ed il background culturare giocano un ruolo importantissimo. Per essere presente nel settore è pressochè indispensabile possedere una conoscenza ed un curriculum studiorum quantomeno a livello universitario. Sembra proprio che questo settore faccia della cultura il suo combustibile. Eppure esiste un angolino dove incredibilmente é forse vero il contrario. Dove studio e livello di conoscenze sembrano arrecare più danno che vantaggi. E' quel angolino del settore servizi dove non è richiesta una preparazione specifica, dove non è necessario uno studio particolare, dove non è necessaria alcuna esperienza. E' il settore turistico. Per la verità questo comparto della nostra economia non è del tutto basato sul folklore di incompetenti ed inetti. Qualche branca richiede un buon livello culturale soprattutto quando dobbiamo rapportarci con l'estero. E' il caso per esempio delle agenzie di viaggi le quali, quanto meno, richiedono agli addetti la conoscenza di almeno una lingua straniera. La mia attenzione sta pian piano focalizzando una attività che è espressione tangibile del significato che gli illustri imprenditori della mia città danno alla parola turismo. Una attività primaria per numero di addetti che occupa (e sfama, dato positivo senza dubbio anche se tra sfamare e sfruttare il passo é breve anzi brevissimo a Venezia) e per il giro d'affari che genera. Qui realmente la competenza é un optional: basta una buona dose di fantasia ed il gioco è fatto. Inutile che mi dilunghi in ulteriori precisazioni. Parliamoci chiaro: quanti di voi indicherebbero in "settore alberghiero" e quanti in "ristorazione" questa attività propria dei servizi turistici in oggetto? Azzardo una distribuzione equa al 50%. Ho sbagliato? Non credo!
Venezia é un gigantesco albergo che sforna un numero incredibile di pasti in tutti i giorni dell'anno. Il guaio é che a gestirli vi é una manica di arroganti, saccenti e presuntuosi incompetenti pieni di sè. Il segreto del loro successo economico, che effettivamente c'è, non risiede nelle loro capacità: la loro fortuna deriva dalla particolare e a me inspiegabile necessità che il mondo intero nutre nel dover ad ogni costo venire in visita a Venezia. In definitiva essi giocano sul fatto che chiunque prima o poi troverà il modo di arrivare in città magari per un solo giorno. Un breve periodo ma sufficientemente lungo per necessitare almeno di un ristoro. I nostri imprenditori considerano questo flusso inestinguibile e non ritengono pertanto di doverlo amministrare come una risorsa limitata. Ne consegue che sia che trattino il loro cliente con il dovuto rispetto (leggasi senza truffarlo) sia che lo maltrattino ve ne sarà sempre un secondo che ignaro del suo destino lo seguirà. Il risultato darà la convinzione al nostro abile imprenditore e ciò risalterà soprattutto agli occhi degli altri suoi colleghi, pari e concorrenti, di essere un abilissimo ed efficentissimo esperto operatore del settore.
Rispondete ora alla seconda domanda: se un tale baciato dalla fortuna o sufficientemente disonesto da racimolare un discreto capitale, privo di una formazione scolastica che superi la terza media inferiore o al massimo il diploma di istituto alberghiero decidesse, per distinguersi dalla massa, di intrapendere una attività autonoma che gli desse sufficienti garanzie di un successo in tempi relativamente brevi dove andrebbe ad investire il suo capitale?
Per aprire un ristorante basta il denaro: siamo tutti in grado di cuocere due spaghetti, per affittar camere è sufficiente saper rifare un letto.
Venezia é un unico colossale affittacamere con ristoro.
Ne deriva che le persone a cui è affidato nostro malgrado il futuro della città e quindi l' immagine che la stessa proietta oltre gli angusti spazi dell'inquinata laguna sono essenzialmente degli arrivisti a cui ben poco importa del benessere dei propri concittadini. Nessuno di costoro dedicherebbe un euro e un minuto del proprio tempo per agevolare le condizioni dei pochi residenti rimasti mentre sarebbero disposti a estenuanti diatribe legali pur di ottenere un metro quadro di plateatico in più.

giovedì 8 marzo 2007

Cittadini sfrattati

Al visitatore che giunge nella città lagunare per la prima volta lo spettacolo dell' intricata architettura che snoda un dedalo di calli e canali tra portici e ponti non può che suscitare stupore e meraviglia. Indubbiamente la città è bella ed affascina in ogni momento dell'anno. Lo sanno bene coloro i quali vivono di questa bellezza e lo sanno ancora meglio gli altri che invece per questa bellezza hanno dovuto trasferirsi nella vicina terraferma.
Sempre più privata dei servizi essenziali per vivere come città e contemporaneamente tendente ad essere una macchina turistica, Venezia ha visto progressivamente scomparire le attività commerciali ed artigianali indispensabili. Panificatori, calzolai, lattivendoli, falegnami... sempre meno presenti in città e sostituiti da negozi di chincaglieria più o meno kitch tra cui svettano per mostruosità le maschere veneziane.
Ormai onnipresenti hanno invaso la città: orribili rifacimenti di antichi laboratori artigianali di un tempo, le botteghe che inondano Venezia di prodotti dal gusto carnascialeso quanto mai dubbioso hanno incrostato come puzzolenti parassiti le antiche calli. Non v'é angolo libero da vetrine che presentano improbabili camuffamenti ad ogni stagione. E, purtroppo, non manca, parimenti, il coglione di turno che butta denaro per portarsi via un oggetto assurdo, che non ha alcun posto tra le vere maschere della tradizione. Nella migliore delle ipotesi questi oggetti saranno appesi ai muri della taverna della casa che li accoglierà finendo dopo pochi giorni dimenticati e impolverati, sfrattati al ritorno dalla prossima gita. Una fine più decorosa é quella, per la verità frequente più di quanto lo si possa immaginare, che li vede tra gli oggetti smarriti (?) in aeroporti e stazioni. Ogni tanto, la settimana clou del carnevale, qualcuno li recupera e pensa di utilizzarli indossandoli. Patetiche figure che osano mostrarsi perchè protette dall'anonimato che solo il mascheramento può offrir loro !! Ma delle miserie umane ne scriverò in un secondo momento...
Dove non vi sono misere maschere e souvenir ancora più miseri troviamo il secondo grande motivo per cui Venezia é ancora viva. Se escludiamo sedi, filiali ed uffici di istituti bancari e compagnie assicurative che hanno come unico movente dell' essere presenti in Venezia nel ritorno d'immagine che ne deriva dal possedere un palazzo storico nella città, gli altri che hanno trovato modo d'arricchirsi e che quindi non hanno fatto nulla per impedire il progressivo abbandono da parte dei residenti della città e, forse, per certi aspetti lo hanno favorito, sono ristoratori ed albergatori.
Forti soprattutto del fatto che tutto il mondo desidera visitare Venezia, magari solo per una giornata. Una giornata che non dimenticheranno tanto facilmante e non solo per le bellezze della città... a conti fatti.

sabato 3 marzo 2007

Teste dure

Me ne vergogno un po' ma sono costretto ad ammettere che, da tipico veneziano, non conosco praticamente nulla della storia della mia terra. Stranamente le poche cose che ricordo sono frutto dell' amore che il mio indimenticato maestro delle elementari, meridionale dalla Sicilia, nutriva per la sua città d'adozione. Un rispetto verso Venezia e le sue tradizioni che lo portava a fare della storia di questa città e delle sue genti un argomento frequente delle sue lezioni: ho ancora sotto gli occhi il grosso quaderno a righe zeppo di notizie e di curiosità legate alla Serenissima.
Stranamente un "foresto" ne sapeva più dei miei e di tutti i parenti messi assieme, tutti da sempre "Venessiani".
"Foresto", come é facilmente intuibile, é la trascrizione dialettale di forestiero, di chiunque non sia originario della città. Non esiste distinzione spregiativa tra terroni, slavi, negri, arabi... e chi più ne ha più ne metta; poco importa la provenienza, chiunque non sia nato o comunque non sia diretta discendenza di chi abbia generato una consistente progenia (credo almeno sette generazioni) nella città è un "foresto". E tra i "foresti" si annoverano anche coloro che popolano l'entroterra e le campagne del veneziano. E non solo: gli stessi abitanti delle isole litoranee del Lido e di Pellestrina ne ingrossano le fila.
Ed ecco quindi la necessaria distinzione che gli autoctoni pongono sulle loro origini distinguendosi come "Venessiani del centro" o "Venessiani delle isole" riunendo tra quest'ultimi gli abitanti di quelle isole all'interno della laguna che non costituiscono il centro storico cittadino e quindi non rientrano in nessuno dei sestrieri. Per la verità qualche screzio tra Giudecca e Castello è comune ma lo possiamo equiparare ad una lite tra condomini. Un discorso a parte meriterebbe la genia dei Muranesi ma non voglio allargare troppo il discorso perché rischierei di concluderlo troppo lontano da ciò che mi preme sottolineare adesso: noi Veneziani siamo un pò chiusi nevvero?

martedì 27 febbraio 2007

riprendiamo il discorso

povero... povero Nord-Est. Troppo sopravvalutato. Tra non molto la gigantesca bolla di sapone della sua economia si dissolverà. Ormai siamo alla terza generazione imprenditoriale, quella che abitualmente azzera le ricchezze accumulate dai nonni... ridotte dagli investimenti impossibili dei loro figli incapaci... Una terra votata all'agricoltura come è sempre stato in particolar modo il Veneto, permeata dal reverenziale timor di Dio grazie al quale il clero ha spadroneggiato per secoli facendo il bello ed il cattivo tempo, sta per ritornare alle origini. C'è solo un problema: dove sono finite le campagne da coltivare? Che cosa faremo delle migliaia di edifici industriali già ora dismessi in gran parte? Come potranno tutte queste braccia di imprenditore nordestiano rubate a suo tempo alle attività agricole tornare a zappare la martoriata terra?