Venezia aveva gestito il suo patrimonio di ambiente e natura per parecchi secoli prima di dover adeguarsi agli sconvolgimenti politici che interessarono l'Europa di fine 18° secolo. Un delicato equilibrio di terra e mare salvaguardato con rigide regole che non esitavano a mandare a morte chi arrecava danni alla comunità nel non rispettarle, con dolo o senza dolo, o peggio ancora, nel dimostrare la propria incompetenza nel compito di tutela affidatogli.
Scavi, interramenti e deviazioni degli alvei di tutti i fiumi che scaricavano sedimenti in laguna; mantenimento dei fondali e protezione dalle mareggiate; rigida regolamentazione di pesca e caccia all'interno di quella che sia chiama conteminazione lagunare. Alcui aspetti di una politica che oggi potremmo definire di sviluppo sostenibile.
La conterminazione é una linea di confine che definisce l'ambito lagunare. Entro tale perimetro le regole di tutela ambientale dovevano obbligatoriamente essere osservate. Una linea marcata da blocchi calcarei sagomati a mò di pietra miliare con anno di posa e immancabile leone alato scolpiti. Gli ultimi furono posati poco prima della fine della Repubblica sancita dalla firma del trattato di Campoformio avvenuta nell'ottobre del 1797 ed alcuni di essi sono tuttora visibili camminando lungo il margine lagunare in localita Giare di Dogaletto in laguna Sud.
Ma oltre la linea di conterminazione dove la fragilità del territorio non era certamente così elevata o quantomento evidente non venne mai sentita la necessità di dettare regole specifiche per un uso oculato del territorio. Terraferma vista come enorme serbatoio di risorse da sfruttare per la magnificenza della città. Depredare non era così estraneo ai veneziani della Serenissima Repubblica. Lo facevano sistematicamente lungo le rotte tracciate dalle galee dirette verso le terre d'oriente. La pianura dell'entroterra offriva grandi ricchezze grazie soprattutto alle estese foreste che giungevano talvolta fin quasi alla costa. Dal Piano del Cansiglio ricco di pregiati abeti al bosco di carpini e roverelle che circondava ad anello la gronda lagunare e di cui rimane un piccolissimo residuo, un paio di ettari forse, sulla cintura Nord di Mestre, passando attraverso gli ampi boschi planiziali che coprivano buona parte del territorio. Naturalmente la necessità di ritagliare sempre più spazi da destinare a pascoli e colture dettata dall'aumento della popolazione portò alla riduzione delle superfici boschive. Il taglio delle essenze migliori dapprima e in seguito al loro esaurimento anche di specie meno pregiate, era necessario per il mantenimento della popolazione in aumento. La costruzione ed il mantenimento degli edifici e delle imbarcazioni delle flotte commerciali e militari, la richiesta di combustibile per riscaldamento, la produzione di carbone dal quale ottenere l'energia per fonderie e vetrerie sono alcune delle necessità cui i veneziani dovettero far fronte. Gli estesi boschi destinati a soddisfare tali necessità non impiegarono molto ad esaurire le loro risorse. Quando le foreste planiziali vennero rase al suolo a sostituirle furono chiamati i boschi delle propaggini alpine: ciò che rimane dell'antico bosco del Cansiglio che un tempo ricopriva l'intero altipiano, e ben oltre, è un esempio di quanto disinteresse nutrivano i miei predecessori nei riguardi di coloro che non erano originari delle isole lagunari infischiandosene delle loro necessità e destinando le loro risorse ad un uso che previlegiava i pochi signorotti intrallazzati tra clero e politica dei palazzi veneziani. Qui faccio ricevimento al legname ma la cosa è altrettanto valida se rapportata a tutte le risorse naturali. Se volete approfondire l'argomento potreste trarne uno spunto da una piacevole scampagnata e viaggiare sugli altipiani croati che sovrastano le coste dalmate cercarndo qualche superstite tra le roveri che un tempo, fitte, le ricoprivano.
Scavi, interramenti e deviazioni degli alvei di tutti i fiumi che scaricavano sedimenti in laguna; mantenimento dei fondali e protezione dalle mareggiate; rigida regolamentazione di pesca e caccia all'interno di quella che sia chiama conteminazione lagunare. Alcui aspetti di una politica che oggi potremmo definire di sviluppo sostenibile.
La conterminazione é una linea di confine che definisce l'ambito lagunare. Entro tale perimetro le regole di tutela ambientale dovevano obbligatoriamente essere osservate. Una linea marcata da blocchi calcarei sagomati a mò di pietra miliare con anno di posa e immancabile leone alato scolpiti. Gli ultimi furono posati poco prima della fine della Repubblica sancita dalla firma del trattato di Campoformio avvenuta nell'ottobre del 1797 ed alcuni di essi sono tuttora visibili camminando lungo il margine lagunare in localita Giare di Dogaletto in laguna Sud.
Ma oltre la linea di conterminazione dove la fragilità del territorio non era certamente così elevata o quantomento evidente non venne mai sentita la necessità di dettare regole specifiche per un uso oculato del territorio. Terraferma vista come enorme serbatoio di risorse da sfruttare per la magnificenza della città. Depredare non era così estraneo ai veneziani della Serenissima Repubblica. Lo facevano sistematicamente lungo le rotte tracciate dalle galee dirette verso le terre d'oriente. La pianura dell'entroterra offriva grandi ricchezze grazie soprattutto alle estese foreste che giungevano talvolta fin quasi alla costa. Dal Piano del Cansiglio ricco di pregiati abeti al bosco di carpini e roverelle che circondava ad anello la gronda lagunare e di cui rimane un piccolissimo residuo, un paio di ettari forse, sulla cintura Nord di Mestre, passando attraverso gli ampi boschi planiziali che coprivano buona parte del territorio. Naturalmente la necessità di ritagliare sempre più spazi da destinare a pascoli e colture dettata dall'aumento della popolazione portò alla riduzione delle superfici boschive. Il taglio delle essenze migliori dapprima e in seguito al loro esaurimento anche di specie meno pregiate, era necessario per il mantenimento della popolazione in aumento. La costruzione ed il mantenimento degli edifici e delle imbarcazioni delle flotte commerciali e militari, la richiesta di combustibile per riscaldamento, la produzione di carbone dal quale ottenere l'energia per fonderie e vetrerie sono alcune delle necessità cui i veneziani dovettero far fronte. Gli estesi boschi destinati a soddisfare tali necessità non impiegarono molto ad esaurire le loro risorse. Quando le foreste planiziali vennero rase al suolo a sostituirle furono chiamati i boschi delle propaggini alpine: ciò che rimane dell'antico bosco del Cansiglio che un tempo ricopriva l'intero altipiano, e ben oltre, è un esempio di quanto disinteresse nutrivano i miei predecessori nei riguardi di coloro che non erano originari delle isole lagunari infischiandosene delle loro necessità e destinando le loro risorse ad un uso che previlegiava i pochi signorotti intrallazzati tra clero e politica dei palazzi veneziani. Qui faccio ricevimento al legname ma la cosa è altrettanto valida se rapportata a tutte le risorse naturali. Se volete approfondire l'argomento potreste trarne uno spunto da una piacevole scampagnata e viaggiare sugli altipiani croati che sovrastano le coste dalmate cercarndo qualche superstite tra le roveri che un tempo, fitte, le ricoprivano.
Si è portati a ritenere che l'esperienza accumulata serva a non ripetere eventuali errori commessi. Lo spirito di disinteresse totale che gli antichi veneziani provavano verso i "foresti" ha determinato in ultima analisi la caduta della stessa Repubblica. Nel XXI secolo i nostri imprenditori che di fatto hanno sostituito negli atteggiamenti e nella brama di potere (denaro) la vecchia casta dei patrizi veneziani, non hanno tratto insegnamento dall'errato comportamento degli avi. Con il medesimo istinto predatorio i nuovi ricchi della laguna escono dai confini per predare le popolazioni della terraferma.... (continua)